Amore di mare.

Amore di mare..

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Incontrarsi (prima parte)

Quella bettola era l’unico posto, in mezzo a quel grumo di case nettamente separate tra loro dalla strada provinciale che solo in quel punto correva rettilinea e pianeggiante subito prima di affrontare le curve della collina, dove si poteva far passare un po’ il tempo senza sentirsi troppo oppressi dal gioco perverso della solitudine. Avevo ormai sessant’anni, poche illusioni, vivevo da solo e andavo in quel bar, durante certi pomeriggi troppo consueti, e mi sedevo ad un tavolino sorseggiando un caffè, ad ascoltare i discorsi degli altri e a pensare. Mi piaceva la presenza delle persone che ci trovavo là dentro, sempre pronte a parlare del tempo, di qualcuno che in quel momento non era lì, di qualcosa successo chissà quanti anni prima, o più semplicemente della strada, quella strada che passava di fronte, e che sembrava tagliare il paese portando con sé ogni cosa buona. Quando era bel tempo stavo fuori, con gli altri, seduto su una sedia di plastica con i braccioli, le spalle al locale, giusto per osservare la strada, le poche macchine che transitavano a velocità sempre un po’ troppo elevata, i colori delle loro carrozzerie, l’attimo in cui si notava la faccia di chi le guidava, e poi le parti di dietro delle auto che si portavano con loro tutto il rumore che avevano fatto, mentre alzavano una polvere fine e leggera che brillava per pochi secondi nell’aria, nel sole giallo e caldo di quei pomeriggi. Nessuno del locale mi chiedeva mai niente: tutti sapevano che ero taciturno, e mi lasciavano in pace, continuando con le loro discussioni infinite che non arrivavano mai a niente. Certe volte, sul tardi, passava una signora da lì, entrava dentro al caffè, andava diretta verso il bancone, e si faceva servire dal proprietario del bar un aperitivo. Lo sorseggiava con calma, si osservava i capelli dentro allo specchio che fungeva da sfondo, si tratteneva dieci minuti senza dir niente a nessuno, e poi se ne andava, con le sue scarpe col tacco che risuonavano ritmiche e secche sul cemento del marciapiede. Sentivo correre un brivido dentro, quando mi passava vicino con quel suo vago profumo e le sue gonne ampie e scure, quasi vaporose, sopra al suo corpo persino troppo magro. Era la vedova del medico, rimasta ad abitare in paese dopo la morte di lui, lei che veniva dalla città, ma che adesso, inchiodata in una casa forse troppo grande per una persona, forse si annoiava tutto il giorno da sola, e ogni tanto si faceva vedere un po’ in giro, senza mai salutare nessuno, come perennemente di corsa, lo sguardo dritto davanti e la borsetta incollata ad un braccio. Mi piaceva quella sua presenza, in un attimo rinnovava completamente l’ambiente della bettola noiosa e monotona, ed anche se si tratteneva pochissimo, quel poco era già sufficiente. Non potevo dirle niente per primo, io che avevo più o meno la sua età ma non parlavo mai con nessuno. Però mi sentivo vicino ai suoi modi, come se in qualche modo in passato li avessi già conosciuti, e quando una sera lei arrivò col suo solito passo sul marciapiede proprio davanti alla mia seggiola, forse approfittò del fatto che in quel momento non c’era nessuno vicino, così si fermò all’improvviso, come per cercare qualcosa dentro a quella sua fidata borsetta, poi, senza guardarmi, disse soltanto: “…dovremmo parlare, io e lei, se ne è già reso conto?”. Non trovai dentro di me nessuna possibilità o il tempo, né per rispondere, e neppure per farle capire che ero rimasto sorpreso. Lei era già entrata nel bar, stava già sorseggiando il suo aperitivo, ed io, completamente confuso, cercavo ancora qualcosa dentro al cervello per risponderle in maniera adeguata, almeno al momento in cui sarebbe uscita da lì. Non mi concesse neppure questa possibilità, usando l’altra porta di vetro e sparendo alla vista in un solo momento, ma io feci una cosa che solo un attimo prima mi sarebbe sembrata impossibile. Mi alzai dalla sedia, percorsi tutta la strada fino ad arrivare davanti alla casa dove abitava, appoggiai gli avambracci sopra alla recinzione di ferro del suo giardino, e aspettai che lei mi osservasse dalla finestra. Uscì, poco dopo, discese i tre gradini della sua villetta con calma, venne verso di me osservando le sue aiuole e i bellissimi fiori di rosa, giusto per darmi il tempo e la possibilità di risponderle. “Sono pronto”, dissi io, e lei, ancora senza guardarmi, aprì, facendogli fare uno scatto, il cancelletto della sua recinzione.

Bruno Magnolfi

Incontrarsi (seconda parte)

La donna si era avvicinata al cancello di ingresso, l’aveva socchiuso con un gesto esauriente di invito a raggiungerla sul vialetto di pietre che serpeggiando sull’erba portava fino alla sua casa, poi, senza guardarmi, mi aveva ringraziato di essere passato da lì, e senza mezze misure mi aveva chiesto se avevo voglia di occuparmi di quel suo giardino. Mi aveva notato già molte volte, sapeva chi ero, disse, e si era resa ben conto, cosa questa che rispondeva ad una verità sacrosanta, che avevo tanto di quel tempo libero da non sapere quasi come occuparlo. Naturalmente mi avrebbe pagato, e a lei era sufficiente che io andassi a sistemare i suoi fiori e le piante un’ora ogni giorno, in orario pomeridiano a mia discrezione. Il giardino attorno alla casa era grande, ma non sterminato. Mi piacevano molto le attività all’aria aperta, e occuparmi di quel verde era per me quasi un sogno. Ciò nonostante, come per qualsiasi altra scelta effettuata nella mia vita, mi sentii subito intenzionato a prendere del tempo prima di decidere qualcosa, valutare bene l’offerta, riflettere su quelle parole, considerare tutte le cose. Peraltro perdere anche solo po’ di quel tempo libero durante il quale ogni pomeriggio mi crogiolavo in solitudine in un vuoto completo di cose da fare o di cui preoccuparmi, era adesso un elemento per cui provavo un dispiacere sincero, pur essendo attratto e incuriosito dai modi della persona che mi stava davanti, e così volsi lo sguardo in un aleatorio giro completo attorno al giardino, e mi limitai ad abbozzare un leggero sorriso, senza dire niente. La vedova del dottore si girò alla sua destra, come per incoraggiarmi a seguirla, e così, camminando sui vialetti di pietre, dietro di lei, mi fece vedere i piccoli alberi e le aiuole fiorite, considerando ad alta voce i cespugli da togliere, le erbacce da eliminare, le ricrescite varie da contenere entro forme più definite. Si interruppe, durante le sue spiegazioni, in un attimo qualsiasi di quel suo monologo, si voltò verso di me, e per la prima volta da quando l’avevo veduta, mi guardò dritto negli occhi. Fece un passo verso di me continuando a guardarmi, lasciò una pausa sospesa, poi disse: “…mi darà una risposta domani, in quel suo bar, verrò per l’aperitivo, alla solita ora…”. Provai un leggero disagio, ripresi il mio leggero sorriso e dissi soltanto: “…d’accordo…”, riflettendo tra me che il solo pensiero di quel caffè con le sue sedie di plastica e la strada davanti, mi faceva immaginare un mondo migliore, o meglio, un mondo che andava via via migliorando, in perfetto stile ottimistico. Le strinsi la mano, e quel breve contatto mi piacque, poi, mentre già scivolavo verso il cancello, mi girai verso di lei, che era rimasta là, ferma, e le dissi: “…non conosco neanche il suo nome; come devo chiamarla?…”. Lei tornò ancora a guardarmi, strinse una mano dentro a quell’altra, poi disse: “Mi chiamerà signora Torrini, come c’è scritto sopra al mio campanello; salvo le volte che saremo da soli, qui, in questo giardino, e in quei casi potrà chiamarmi Iolanda, signor Colamonti…”. Uscii, senza riuscire a stabilire tra me se fossi contento di quella giornata oppure no. Feci un giro, passando tra le case di quel piccolo paese, e guardai le finestre, le recinzioni, i giardini di tutti; poi attraversai la strada provinciale, che in quel momento lasciava andar via un camionista svogliato che lentamente spandeva la polvere, con le ruote pesanti di quel suo veicolo, nell’aria calda della serata: mi passò accanto mentre io lo guardavo, e mi inviò un piccolo gesto, un saluto, forse un accenno di scuse per la polvere o per non avermi lasciato attraversare la strada prima di lui: come a sottolineare che non c’era bisogno di alcuna parola per capirsi davvero, o al contrario, per non capirsi per niente, era sufficiente uno sguardo, un accenno, una qualsiasi piccola cosa. Pareva sottolineare, quel camionista, che non c’era bisogno di alcun impegno, era sufficiente mettersi dalla parte di chi vuol capire i bisogni, le ragioni degli altri, e il resto scivolava da sé, come tra persone che sanno comprendere.

Bruno Magnolfi

Incontrarsi (terza parte)

Il giardino era grande. Solo lavorando con cura attorno a tutti quei piccoli alberi, quei cespugli, quelle aiuole di fiori, si capiva che ogni pianta aveva bisogno di cure appropriate, cosa questa che ad uno sguardo superficiale non appariva per niente. La signora Torrini mi aveva procurato un grosso libro con molte spiegazioni sulle essenze vegetali di ogni tipo, ed io avevo iniziato a studiarlo dentro a quel bar dove regolarmente mi piazzavo in compagnia di una birra, una volta terminato il lavoro. Lei, in quei miei primi giorni del mio nuovo impegno di giardiniere, era stata un po’ assieme a me, indossando guanti spessi di gomma e un buffo grembiule pesante, giusto per spiegarmi qualcosa con poche dirette parole, e illustrandomi le particolarità del suo giardino e di altre cose inerenti la mia attività dei giorni a seguire. Poi era sparita, però mi aveva lasciato la chiave del cancello della sua recinzione, così ero autonomo, anche se sospettavo che lei mi osservasse dalle finestre di casa. In fondo, a me non importava per niente, e nelle settimane a seguire ogni tanto entravo dentro al capanno dove erano riposti gli attrezzi, e là dentro affilavo le lame da taglio, sistemavo gli utensili che usavo, mi fumavo una sigaretta, e lasciavo che il suo sguardo curioso vagasse attorno a tutta la casa nella ricerca del suo giardiniere da tenere sotto controllo. Poi un giorno arrivò mentre stavo dentro al capanno: mi disse che non poteva farsi vedere troppo con me, il vicinato ne avrebbe parlato e questo a lei non piaceva. Mi chiese senza aspettare risposta di raggiungerla in casa passando dal retro quando avessi terminato il lavoro, ed io le dissi che andava bene, ma senza che lei mi avesse chiesto un parere. Quel pomeriggio caddi malamente per terra inciampando su un ramo d’albero che avevo tagliato. Quando mi presentai alla signora Torrini le dissi che sentivo dolore ad un braccio, e forse era meglio se il giorno seguente fossi stato a riposo. Lei disse che non c’era problema, poi mi fece sedere, slacciò la manica della mia camicia e mi fece piegare il gomito in più posizioni, cercando di capire cosa fosse accaduto. Infine tirò fuori una pomata da applicare sulla parte che mi procurava dolore, e senza chiedermi niente la spalmò sul mio braccio. “Si sarà sicuramente chiesto il perché ho cercato proprio lei per lavorare al giardino”, disse. “Non si deve fare strane illusioni, non sono in cerca di un uomo. La mia vita va bene com’è. Però tra tutte le persone di questo paese lei è il più sfuggente, quello che riesce a guardare attraverso le cose, a restare indifferente di fronte a persone o fatti curiosi, e questo mi piace”. Le dissi che il primo giorno avevamo deciso di darci del tu, almeno quando fossimo stati da soli, così si scusò, e fu ancora più diretta: “Soffro di solitudine, purtroppo”, disse di colpo; “e solo vederti mentre lavori in giardino mi riempie lo sguardo. E’ una mia debolezza, ma ciò non toglie che io debba avere un grande rispetto per quello che fai, per la tua pazienza nei miei confronti, per la capacità che hai dimostrato fino ad adesso, di essere serio, comprensivo, una persona per bene”. Poi, d’improvviso, come consapevole di aver speso anche troppe parole con me, si alzò dalla sedia lasciando che io mi avviassi verso la porta, ma poi, guardandomi a fondo con i suoi occhi duri e sfuggenti, le venne da esprimermi un breve sorriso, e con un moto che non mi sarei mai aspettato, mi accarezzò per un momento la mano, e come in un soffio, disse soltanto: “i nostri anni migliori sono passati, a nulla serve oggi essere falsi…”.

Bruno Magnolfi

Incontrarsi (quarta parte)

L’erba era stata rasata regolarmente, e in virtù delle innaffiature frequenti aveva assunto un colore brillante, capace di far risaltare le bordure e le aiuole di tutto il giardino. Era adesso un piacere passeggiare lungo i vialetti all’ombra degli alberi, in mezzo a quei cespugli fioriti e a tutte le piante: aveva avuto ragione la signora Torrini a far lavorare una persona come me ogni giorno alla manutenzione del verde, adesso i risultati erano evidenti e tutta la casa racchiusa dentro al giardino pareva più viva, più allegra, più giovane. La signora negli ultimi mesi si era fatta vedere anche meno di quello che avrei immaginato, e soprattutto non mi aveva dato nessuna direttiva sui lavori da fare, di fatto lasciandomi padrone del campo e delle mie iniziative. Ogni giorno, terminato il lavoro, andavo come sempre a sedermi sopra le sedie del mio solito bar, lungo la via principale in paese, e tutto pareva procedere in maniera ordinata e tranquilla. Restavo lì, perso dietro ai pensieri di sempre, ad osservare le rare macchine che passavano lungo la via provinciale.  Quasi ogni sera la signora Torrini entrava nel bar passandomi accanto, mi salutava con un certo distacco e si lasciava servire il suo aperitivo al bancone. C’era un’intesa perfetta tra noi. Era come non ci fosse bisogno di alcuna parola, però, se ci fosse stato un problema reale, era evidente che potevamo contare l’uno sull’altra. Poi, uno di quei tizi che in genere perdono il giorno giocando alle carte, passò lentamente vicino a dove ero seduto, si fermò un momento guardandomi con un sorriso ammiccante, e riferendosi alla signora, appena uscita dal bar, con un gesto del capo, disse soltanto: “…puoi essere orgoglioso di aver domato una puledra del genere…”. Restai indifferente, assecondando il mio modo di essere, e lasciai che il mio primo istinto sbollisse; però quella frase non mi era piaciuta, e non potevo lasciarla passare, così, dopo pochi minuti, finii la mia birra e mi alzai dalla sedia per andare verso quel tizio. Era molto che non fronteggiavo qualcuno, mi passarono per la testa in un lampo le lotte di quando era ragazzo fuori da scuola, poi mi fermai alla sua sedia. Lui capì, e si alzò per farmi vedere che non aveva paura. Senza parlare lo colpii con un pugno sul viso, e lui barcollò sdraiandosi a terra tra i tavolini del bar. Gli altri che stavano giocando con lui, rimasero senza parole, mentre il tizio si lamentava sanguinando un po’ dalla bocca. “Ci vuole rispetto”, dissi, con voce per niente alterata, ma in modo tale che tutti capissero bene quelle mie poche parole. Pagai la mia birra ed uscii dal locale. Dentro al capanno dove stavano gli attrezzi che usavo per curare il giardino, il giorno seguente trovai una bottiglia di birra ghiacciata. La aprii, ma ancora prima che iniziassi a prenderne un sorso, arrivò lei, la signora Torrini. Entrò dentro al capanno e socchiuse la porta, mi squadrò con un mezzo sorriso ma senza dir niente, poi prese la bottiglia di birra dalle mie mani bevendone un po’. Mi baciò sulla bocca, ma in maniera affettuosa, come voleva che rimanessero le cose tra noi. Poi, quando prese la porta per tornarsene in casa, disse soltanto: “…saremo sempre più forti, noi due, di qualsiasi stupida idea giri qua attorno…”. Rimasi contento di sorseggiare quella sua birra, il suo sapore quel pomeriggio mi parve migliore di qualsiasi altra birra avessi bevuto, e quell’intesa tra noi la sentii come qualcosa che mi riempiva la vita.

Bruno Magnolfi

Una strada di pioggia

I colori dell’acquarello erano trasparenti, leggerissimi, e i contorni del disegno una linea sottile che appena tratteggiava le cose. Quasi non esisteva senso nel disegnare, se non quel dolce lasciarsi andare ad una fantasia leggera, che superava qualsiasi intento, riusciva a prendere la mano e lasciare che la forma sul foglio acquistasse la vita, diventasse colore, forma, illustrazione. Non c’era senso nel fare un disegno qualsiasi, la semplice rappresentazione di un’immagine vista. La cosa che toglieva il respiro era quel cercare di interpretare un piccolo, infinitesimale, minuscolo frammento di vita, un pensiero esile e sottile fino a quel momento celato dietro a chissà quali altri pensieri, mescolato dentro a chissà quali altri ragionamenti ordinari, perso dietro a miriadi di altre cose, magari più appariscenti, più forti, più importanti di tutto, eppure ammantate di sciocchezze senza rimedio. Un gesto affettuoso che dura lo spazio di un attimo, e si prolunga nel tempo in modo imprevisto, incorniciato nonostante il suo bisogno di essere una cosa qualsiasi, senza importanza. Questo stava dentro al disegno, e solo guardandolo spiegava da solo quanto era riuscito a scrollare da sé la facilità di cadere in percorsi già visti, elementi sicuri di cose più consuete. Lui lo aveva veduto il disegno, ne aveva assaporato in un attimo la freschezza piacevole, ne era rimasto colpito pur senza comprendere il motivo trainante da cui ne era attratto. Poi, una volta uscito dalla galleria d’arte, aveva fatto un giro in quella serata piovosa, camminando sui lucidi marciapiedi sotto al suo ombrello, con calma, ripensando al disegno, a quell’acquarello che pareva parlasse di sé, della sua vita, dei suoi pensieri. Aveva riflettuto a lungo su che cosa gli ricordasse quella figura di donna fermata in un gesto così naturale, con l’espressione del viso leggermente ammiccante, come di chi ha dentro di sé un lungo percorso alle spalle, un itinerario difficile, forse sofferto, una strada impervia affrontata e forse non completamente percorsa. Poi era entrato dentro a un caffè, si era accostato al bancone e si era fatto servire un liquore, qualcosa che riuscisse a scuoterlo un po’. Alcune persone a fianco e dietro di lui parlavano di cose ordinarie scambiandosi brevi risate e conversando in modo piacevole. Infine lui aveva pagato la sua consumazione, augurato la buonasera al barista, e riaperto l’ombrello uscendo da dentro al locale. Fu allora che vide la donna, da sola, con un normale impermeabile stretto alla vita e i capelli non lunghi e ben pettinati. Camminava lungo la strada, con l’espressione di chi ha già affrontato più volte itinerari difficili, eppure serena, immedesimata nei suoi gesti così naturali. Era lei l’acquarello, ne era sicuro, era lei quel disegno denso di cose, di vita, di elementi minuti eppure ben forti nella sua espressione; era lei che adesso senza motivo riempiva con la sua presenza tutto lo spazio che c’era; era lei che senza ricordare qualcosa di preciso, parlava di sé, solo passando, solo camminando dove camminavano tutti; ed era lì, quasi per una magia, uscita dal quadro per dare colore a quei marciapiedi, a quella strada bagnata di pioggia.

Bruno Magnolfi

Tavolo d’angolo

Non c’era un vero motivo per recarmi a pranzare quasi ogni giorno in quella stupida bettola. C’erano altri ristoranti in quella zona, e volendo mi sarebbe stato possibile cambiarne uno ogni volta che ne avevo la voglia. Ma quell’odore caratteristico di minestra che si spandeva dalla trattoria Nuti lungo il marciapiede fino quasi a raggiungere il primo angolo di strada, ecco, quella era una prerogativa unica di quel locale, ed anche se non risultava un vero e proprio richiamo, anzi a qualcuno dava persino fastidio, comunque portava con sé un senso di avvolgente e di vaporoso, quasi un aroma di casa. Cercavo sempre di andarci presto, le dodici e trenta al massimo, così trovavo la saletta libera e potevo scegliermi il tavolo dove sedermi. Anzi, siccome andavo a sistemarmi invariabilmente sempre allo stesso tavolo d’angolo, andavo presto a pranzo proprio per evitare che il mio tavolo fosse occupato da altri. Mi sedevo sistemando il soprabito all’attaccapanni lungo la parete, appoggiando il mio cappello sulla sedia libera del mio tavolo, poi con calma mi posizionavo in modo da appoggiare gli avambracci sull’orlo del tavolo di legno, indagando sulla carta delle vivande del giorno confrontato con il mio appetito e con le mie ispirazioni. Dalla mia posizione si vedeva la vetrina del ristorante con le sue tende chiare posizionate in modo da vedere le teste dei passanti che camminavano lungo il marciapiede, ed un campanellino non fastidioso trillava ogni volta che un cliente entrava dentro al locale. Una radio, posizionata in alto sopra a una mensola, restava perennemente accesa e sintonizzata su un programma nazionale, ma il suo volume risultava appena avvertibile, certe volte quasi un brusio di parole e di musica vivo e piacevole. Ovviamente qualcuno tra i frequentatori del ristorante mi conosceva di vista, ma i miei modi ed il mio atteggiamento non davano la possibilità a nessuno di andare al di là di un generico “buongiorno”. La cameriera poi, che in realtà era la proprietaria, la signora Maria, moglie del cuoco che assieme ad un aiutante sfornellava di là nella cucina, era una vera maschera integerrima di gesti e di espressioni identiche, con quel modo vagamente severo e autoritario non dato dal ruolo, ma solo dalla sua personalità. Non passavano neanche due minuti, una volta che ero seduto al mio tavolo, e lei arrivava con il suo taccuino e la matita già in mano, senza mirare nessuno, anzi con lo sguardo basso, avvicinandosi al mio tavolo velocemente, con modi quasi nervosi, per poi gettarmi con voce netta un “buongiorno, signore”, che era forse il massimo tra le sue espressioni di cortesia e di accoglienza. Mi piaceva quel suo modo identico: attorno alla sua espressione restava come escluso tutto ciò che di scontato e di superfluo si sarebbe potuto dire con risolini finti e leziosi. Quel “buongiorno” da me ricambiato denotava una cosa semplice ed essenziale che fungeva da fortissimo collante tra noi, e che mostrava ad ambedue quanto fosse fondamentale non cambiare niente di quei modi: io ero lì per il rito del pranzo, lei era lì per servirmelo, qualsiasi altro orpello a quel rapporto così sobrio era quasi di troppo. In fondo era esattamente ciò che cercavo come elemento aggiuntivo, rispetto ad un qualsiasi ristorante, da quella trattoria del Nuti: essere là dentro un cliente, e nient’altro. Generalmente mi facevo servire qualcosa di semplice evitando sughi e piatti più elaborati. Altre volte restavo attratto da pietanze che difficilmente si facevano vedere sopra la carta delle vivande. A dire la verità il menù del locale non riportava mai una scelta di piatti eccessiva, anzi, diciamo pure che tutto quanto era ridotto quasi all’essenziale, però c’era sempre una certa variazione a seconda dei giorni della settimana, e spesso il piatto del giorno risultava quello meglio cucinato. In fondo non mi interessava neanche troppo cosa mangiare. A dire la verità mi risultava quasi sufficiente quel senso di ristoro che mi procurava tutto l’insieme di quella piccola trattoria. Non sarei mai andato dal Nuti se mi fossi trovato in compagnia di qualcuno. C’era da rompere quell’armonia che ogni volta trovavo là dentro, non avrei mai rischiato. Attorno a me, mentre con calma mi portavo alla bocca in punta di forchetta piccole porzioni di maccheroni al burro con molto formaggio grattugiato, oppure di bollito con patate, o ancora di minestra di verdure, annotavo mentalmente le variazioni che a volte si verificavano sulla clientela di ogni giorno. C’era sempre qualcuno più chiassoso degli altri, che in qualche modo attirava l’attenzione su di sé, certe volte inconsapevolmente; in generale a quell’ora si trovava tutta gente tranquilla di mezz’età, spesso delle coppie di anziani signori con molto tempo libero. Non che mi infastidissero particolarmente coloro che parlavano a voce alta delucidando i propri argomenti e chiudendo le proprie frasi con qualche fragorosa risata, e nemmeno trovavo da ridire su coloro che polemizzavano sugli spaghetti troppo cotti o sulla carne certe volte rimasta decisamente un po’ al sangue. Anzi, qualche volta mi ritrovavo a seguire i discorsi di qualcuno come elemento di svago a quell’ordinario pasteggiare. In generale preferivo il silenzio o i rumori soffusi, sempre accompagnati dal brusio della radio, ma spesso mi intristivano questi sottofondi mostrandomi un senso di vuoto. Invece lo spaccone, quello che non finisce mai di parlare, che come tipologia di persona si ritrovava spesso là dentro, colui che riusciva a ragionare di sé anche quando l’argomento era il cibo, oppure che narrava qualsiasi altra cosa gli venisse alla mente, ma con voce un po’ troppo alta e guardandosi attorno per coinvolgere sempre qualcuno che per acquiescenza inviava un mezzo sorriso o un semplice affermativo cenno del capo, colui che riusciva a fornire a qualsiasi argomento la propria impronta pesante ed illustrare agli astanti il proprio pensiero frutto di un cervello non di semplificata fattura, ecco, quello era il tipo di compagnia che riusciva a farmi trascorrere bene il tempo del pranzo.
Quel giorno era identico ad altri, ed il mio tavolo ben apparecchiato dal Nuti pareva aspettasse solo me. Avevo fatto un giro dai soliti clienti, tutti commercianti furbi e navigati, ed ero riuscito a raccogliere qualche ordine di materiali vari, senza concludere risultati eclatanti. Ero entrato nella trattoria alla solita ora, mi ero seduto al solito tavolo, aveva aspettato la signora Maria che mi salutasse come sempre ed avevo affondato il naso nella carta cercando qualcosa di appetitoso nella carta del giorno. Niente di speciale, come sempre; avevo ordinato carne ai ferri con delle patate, e del vino rosso. Poi, ad un tavolo libero, si erano venuti a sedere un uomo ed una donna che non avevo mai visto. Lei alta, leggermente vistosa, con un tailleur elegante forse troppo attillato; lui, molto più anziano, con un’espressione del viso rugosa e intelligente, che lei chiamava zio scherzosamente dandogli comunque del tu. Lei continuava a parlare con un timbro di voce in certi attimi leggermente squillante, ma il suo tono era vario, in una maniera decisamente superiore al consueto: pensai addirittura potesse trattarsi di una cantante di opera lirica, magari dilettante, tanto riusciva all’interno di una medesima frase, a passare da un pianissimo sussurrato all’orecchio, fino a un insorgere di squilli di tromba con le parole finali di qualche sua espressione, chiudendo poi con una breve e coinvolgente risata. Naturalmente, dalla posizione dov’ero, mi risultavano incomprensibili diverse parole, anche se l’argomento pareva fosse legato a persone che ambedue conoscevano e delle quali sembrava riportassero aneddoti divertenti e curiosi. L’uomo trascorreva molto tempo in silenzio, ascoltando sornione i discorsi della donna seduta al suo fianco, sorridendo e annuendo. Mi incuriosiva quella donna, immaginavo per lei qualità fuori dall’ordinario, o per meglio dire, ciò che io non ero mai stato, la capacità di essere estrosa ma allo stesso tempo profonda, anche inquietante, forse invadente, socializzare con tutti pur conservando una sua buona dose di intimità: insomma una persona intelligente e sensibile, accompagnata dal gusto di mettersi in vista senza problemi. Chiese del bagno, prima del pranzo, e la signora Maria con misuratissimo gesto le indicò il luogo e il percorso. Lei allora si alzò dalla sedia, prese con sé l’immancabile borsetta, raccomandò ancora due o tre cose al suo compagno di tavolo con un sorriso piacevole, infine si mosse per passarmi vicino. Mi guardò, come incuriosita, non so, dal mio viso, da qualcosa del mio modo di stare seduto al mio tavolo, e rallentando il suo moto disse infine: “buongiorno”, proprio a me, e con un ulteriore sorriso, senza ombra di dubbio. “Ci conosciamo,vero?” aggiunse prima ancora che io fossi riuscito a riprendermi. E poi, “… non è lei il signor Vattelapesca?”. Ed io: “…non lo sono, signora, però le giuro che in questo momento mi piacerebbe tanto essere la persona che ha detto…”. Naturalmente lei scoppiò in una risata spontanea, flautando uno “scusi” più divertito che altro, passando oltre al mio tavolo. Dopo cinque minuti, però, tornando dal bagno, non senza aver intercettato la signora Maria per dirle qualcosa, mi passò nuovamente vicino, giusto per dirmi: “Scusi di nuovo, ma cosa si mangia di buono in questo locale?”; e lo disse in maniera talmente simpatica e in una maniera così naturale che io non riuscii a dire niente, se non: “…il piatto del giorno…”. Ma poi mi riscossi, e alzandomi pacato dalla mia sedia, dissi: “…non mi sono neppure presentato”, riparando in un attimo. Così seppi che lei si chiamava Giovanna, e che non era cantante, bensì una scenografa, e che stava allestendo uno spettacolo importante nel teatro vicino. Naturalmente non accettò di sedersi al mio tavolo, declinando il mio invito con un semplice cenno, però mi inviò, allontanandosi, un piccolo saluto con la sua mano aperta, semplicemente dicendo: “…forse tornerò anche domani; se il piatto del giorno di oggi sarà di mio gusto, magari pranzerò assieme a lei…”.

Bruno Magnolfi

L’autostrada del sole

La mia casa è sotto al margine del cavalcavia di un sentiero poco frequentato che scavalca l’autostrada. Quando mi metto a dormire, durante la notte, mi sembra di vivere il confine tra la civiltà e la natura. In quel punto, attorno a quella mia specie di abitazione, ci sono solo campi verdi a distesa tra file sfumate di alberi, e per arrivare al paese più vicino ci si impiega a piedi più di mezz’ora. Sopra la mia testa transitano pochi mezzi, lungo quella via non ci passa quasi nessuno. In autostrada invece il traffico non termina mai, è un fiume continuo di materiale umano e di merci che scorrono accanto a me, quasi ai miei piedi. Certe volte mi chiedo se qualcuno che guida tutti quei mezzi non immagina che ci sia io al margine della sua traiettoria, e poi qualche volta sogno che qualcuno di loro si fermi e mi porti con sé. Non immagino un posto preciso dove recarmi, però dentro di me formicolano spesso così tante voglie che devo per forza ricacciarle all’indietro, e questo, penso, non è da persona, ed io, certe volte me lo ripeto per darmi più forza, sono una persona, anche se sono da solo, e anche se sono arrivato fin qui non mi ricordo neanche più in quale maniera. Ho ricavato due pareti con delle lamiere lungo il margine del cemento armato del ponte, e davanti a me, con delle assi di legno, mi chiudo la notte all’interno del mio spicchio di mondo. Il rumore continuo del traffico sull’autostrada è fortissimo, però ci si abitua. Ho una vecchia bicicletta con me, e con quella durante le belle giornate arrivo fino al fiume, e lì a volte mi lavo, prendo l’acqua che mi serve per la mia casa, mi siedo, osservo la natura bellissima di quella campagna. Qualche volta, di giorno, passano da sotto al cavalcavia gli operai che svolgono le manutenzioni, oppure le squadre per il taglio dell’erba al margine dell’autostrada, con i loro trattori giganteschi, le attrezzature meccaniche e tutta una serie di segnali luminosi bellissimi, e a volte mi salutano, mi gridano qualcosa nella loro maniera: sono calabresi, rumeni, marocchini. Certe volte li invidio, mi sembrano persone importanti, svolgono un mestiere che li pone al disopra di tutti: lavorano per gli altri, penso, per la sicurezza di quelli che non si accorgono neppure che c’è chi li veglia. Ho conosciuto Artur, un giorno, uno della manutenzione dell’autostrada, con la polvere e l’asfalto appiccicati sui suoi vestiti arancione ed il viso di chi non ride mai. Ha detto che la vita è uno schifo, ma io gli ho sorriso, non poteva dire sul serio. In primavera l’erba cresce giorno per giorno, siamo già usciti da questo inverno freddo e piovoso, tra qualche mese lavorerò nei campi vicini a raccogliere gli ortaggi, poi i pomodori, forse mi prenderanno per tagliare l’uva. La mia vita è naturale, con la luce del giorno e con le stagioni, ed i miei sogni viaggiano con gli autoarticolati che passano davanti a me. Sembrano tutti uguali, ma non è vero. Uno di loro prima o poi mi porterà via, in fondo a questo braccio di autostrada, e sarà là che inizierà tutto il riscatto della mia vita. Ci sarà qualcuno su un camion che si fermerà sulla corsia di emergenza, sorriderà senza chiedermi niente, ed io andrò assieme a lui e mi ricorderò che sono anch’io come lui, una persona, e tutto inizierà ad andare in maniera migliore, ed il futuro mi farà scordare del tutto di avere abitato sotto questo cavalcavia. Forse tornerò indietro, un giorno in cui tutto scorrerà per me nella maniera migliore, cercherò di ritrovare questo cavalcavia, e gli alberi, i campi, anche il fiume, e aspetterò la squadra della manutenzione dell’autostrada, e sarò tanto contento di ritrovare tutte quelle persone, perchè potrò dire ad Artur che si era sbagliato, che la vita non era come diceva lui.
Bruno Magnolfi

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